chi sono i clienti green

Chi sono i consumatori green? Gli americani le chiamano LOHAS (Lifestyle of Health and Sustainability). Sono aziende che praticano un capitalismo responsabile e sostenibile e comprendono settori differenti: la medicina alternativa, il mondo del wellness e del fitness, le energie rinnovabili, le auto alimentate con carburanti diversi da quelli derivati dal petrolio, i prodotti verdi per la pulizia della casa, i vestiti in fibre naturali , l’eco turismo, l’edilizia green, i fondi di investimento socialmente responsabili, l’agricoltura organica, gli integratori alimentari e molto altro ancora. E’ un mercato che secondo il sito www.lohas.com solo negli Stati Uniti può contare sul 16% della popolazione. Un caso simile ai LOHAS in italia è quello di Planet Life Economy Foundation, è una libera Fondazione senza scopo di lucro che si occupa di dare concretezza ai principi della Sostenibilità al fine di includerli nelle dinamiche gestionali dell’impresa (strategie, competitività, valore aggiunto, finanza, processi produttivi, ecc.) facendo attenzione alle reali aspettative dei cittadini/consumatori (qualità di vita, emozione, piacere, divertimento). http://www.plef.org/ Ho trovato migliaia di statistiche, di percentuali sui libri e su web, ma dai numeri pubblicati emerge chiaramente che sono in molti a cercare di vivere in modo più responsabile. Certo non sono disposti a fare troppi sacrifici, a stravolgere le loro abitudini e a sopportare costi aggiuntivi. E si aspettano che siano le aziende ad andare loro incontro, aiutandoli a capire perché un determinato prodotto è migliore per l’ambiente rispetto a un altro e che differenza possono fare scegliendo di comprarlo.  “Gli italiani, la Green Economy & Communication”, la prima ricerca, quali-quantitativa sull’universo verde condotta da Eurisko nei due mesi del 2009 denuncia una situazione tipica del Belpaese : siamo arretrati sul piano ambientale come sistema-Paese, ma ci troviamo di fronte a un pubblico di consumatori-utenti più attenti e più consapevoli, che chiedono di saperne di più, di venire informati, di essere green. Anche in questo caso non vi riporto i numeri delle statistiche che potete trovare su http://www.assocomunicazione.it/ITA/notizia/gli-italiani-la-green-economy–communication-upa-e-assocomunicazione-presentano-la-loro-prima-ricerca-sulla-sostenibilita-.aspx da dove potete scaricare la presentazione dei risultati. In generale i nostri connazionali:

  • giudicano il Paese in cui vivono arretrato dal punto di vista delle politiche ambientali e chiedono maggiore informazione, chiara e trasparente;
  • rispetto al passato hanno comportamenti, se non più verdi, sicuramente più oculati e cominciano a sentirsi in dovere di partecipare con le proprie azioni, per quanto piccole, a un movimento per la salvaguardia del pianeta;
  • sono consapevoli di vivere in un mondo improntato al ciclo del fast moving consumer (produzione-distribuzione-consumi-rifiuti) e si stanno pian piano rendendo conto di quello che possono fare per incidere il meno possibile sul già precario equilibro ambientale;
  • vorrebbero un maggior impegno in campo ambientale da parte della politica e della pubblica amministrazione: la richiesta, non tanto implicita, è che siano loro, con il potere che possono esercitare, a guidare il cambiamento. Questo desiderio è accompagnato da una scarsa fiducia nei confronti dello Stato e delle sue istituzioni;
  • esprimono un giudizio positivo nei confronti delle aziende attive in campo ambientale, a patto che non facciano pagare un eccessivo premium price. Temono le operazioni di green washing e per questo vorrebbero da parte delle imprese maggiori informazioni sulla loro effettiva sostenibilità;
  • anche i giovani, che come dicevamo sono i meno coinvolti, i più disillusi, chiedono un’informazione più credibile e trasparente su ciò che il mondo della produzione sta facendo per essere più sostenibile.
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1,2,3 … b2b green


Da dove comincio?

Che cosa sono qui a fare?

Ho deciso di creare questo blog per condividere con gli altri la mia nuova passione: il green marketing.

Una passione che nasce da lontano …in realtà ho cominciato per caso…entrando nel mondo dell’energia nel 1997.

Edison era ancora la costola energetica di Montedison, c’era il Cip 6, l’autoproduzione e le fonti assimilabili alle rinnovabili. Io ero un neofita con tanta voglia di imparare ed entusiasmo da vendere…tante fotocopie, troppi power point…poi subito nella fossa dei leoni.

Tutto questo mentre il mercato stava cambiando. Il Decreto Bersani nel 1999, coincide con una riorganizzazione interna della società. La direzione commerciale…la costituzione della società di vendita …poi la bolla web…gli account manager…i primi contratti sul mercato libero: era partita la liberalizzazione del settore e io ero su quel carro e in quel momento.

Stoooooooop! un incidente di percorso, una brutta casualità… mi blocca per circa un anno…ma si riparte.

Nuova vita in Dynameeting: a luglio del 2001 decido di cambiare. Lascio “mamma edison” e, primo dipendente assunto, mi metto a lavorare su un nuovo progetto, in un contesto assolutamente diverso…team giovane, strumenti informatici all’avanguardia e una sana voglia di “fare legna”, di costruirsi una solida posizione sul mercato.

In breve tempo diventiamo la rete di vendita elettrica più grande in Italia, poi il primo “grossista” per numerosità di clienti tra le piccole e medie imprese…la società cresce.. anche troppo velocemente…

Dopo qualche anno decido che è venuto il momento di affrontare il grande pubblico: il cliente residenziale. Il pensiero di quel momento più o meno fu questo: lavoro in un settore iper regolamentato e scarsamente competitivo e mi occupo di clienti business. Ma che razza di markettaro sono??? dovrò provare almeno ad affrontare il grande pubblico?

Così vado a Reggio Emilia, in Blumet, la società che si occupava di distribuire il gas a circa 250.000 clienti nelle provincie di Modena e Reggio Emilia… nella compagine societaria c’è sempre Edison, dalla quale vengo “segnalato” , e i comuni. Vengo a contatto con i problemi di una governance complessa, in bilico tra interessi diversi e logiche di mercato completamente opposte, da una parte la grande industria dall’altra le municipalità.

Tutto si risolve alla fine con l’uscita di Edison, e la concentrazione di tutte le attività nel gruppo Enìa, e tutto questo mentre il settore cambia nuovamente con la liberalizzazione del residenziale elettrico: è il luglio del 2007.  Le aree di lavoro si estendono …ora c’è anche Parma e Piacenza, e poi nuovi prodotti e servizi, l’elettricità, i rifiuti …

La mia collaborazione in Enìa finisce nel luglio di quest’anno:  con la fusione in IRIDE non ci sono più opportunità interessanti  per me, e onestamente io sono diventato abbastanza allergico al mondo manageriale.

Non capisco la logica di fondo che regola questo mondo: fuori c’è un mercato competitivo, abbiamo da fare mille cose e se ci mettiamo insieme possiamo vincere. E invece no, il peggior concorrente che ti si presenta è il tuo vicino di ufficio…il quale ha voluto il ficus benjamin e la sala riunioni più grande della tua così si sente più importante.

Non voglio sputare nel piatto in cui ho mangiato, per carità. Ho imparato moltissimo sia nella grande azienda, sia nella start-up.

Solo credo che per me ci siano modi di lavorare e vivere più sani, per il mio equilibrio e soprattutto più interessanti e divertenti.

Ho ripreso un po’ da dove avevo cominciato, dallo studio. Mi sono messo a rileggere un po’ di marketing e intanto, per caso, mi sono imbattuto in un libro di Federico Rampini, Slow economy; non certo un manuale di business, ma per me è stato abbastanza illuminante. Esisteva un modo per fare business e fare bene al pianeta?

Esistono delle società civili in cui convivono economia e sostenibilità…

Ho voluto approfondire, sia sull’emergenza del pianeta, sia sull’economia “possibile”, quella che può traghettarci nel futuro. Attenzione non sono un samaritano: solo credo che oramai non ci siano più alternative. Dobbiamo cambiare il modo di gestire questo pianeta, senza arrivare alla logica panteistica (tutto è Dio, la legge della natura regola tutto), questo no, ma forse più semplicemente, oggi il ruolo delle aziende credo debba cambiare.

E’ stato l’inizio di un percorso…to be green…per diventare verde.

Ho letto il Manifesto del Green Marketing di John Grant, diventato per me un vero guru. Poi altre letture, alcune davvero avvincenti.

E poi…

E poi la decisione… ok, mollo tutto e apro una nuova società di green marketing.

Detto e fatto.

Il 1 luglio ero fuori dalla società, e il 10 luglio avevo aperto la nuova partita iva: è nata b2b green.

E ora si comincia…

chiedo a voi tutti di collaborare, se lo vorrete, indicandomi errori (che saranno molti), omissioni e preziosi consigli…

e quindi …. a vous….

green marketing vs green washing

Ci risiamo c’è sempre di mezzo una diatriba.

Chi sostiene che sono tutte bufale: tra questi si annidano non solo i radicali ambientalisti, ma anche gli scettici sulla problematica.

La foto è rappresentativa, ma è solo una provocazione rispetto ai diversi incidenti di percorso, fatti anche da grandi multinazionali.

TerraChoice Environmental Marketing ha compilato la lista “The Six Sins of Greenwashing” i peccati commessi nel tentativo di vendere un prodotto, come amico dell’ambiente:

  1. Peccato di nascosto tradeoff: affermazioni che suggeriscono che un prodotto è verde in base ad un solo elemento che lo caratterizza, ad esempio l’essere fatto di carta riciclata, senza prestare alcuna attenzione ad altre tematiche.  Si tratta del peccato più commesso nel 57% dei casi.
  2. Peccato di mancanza di prove: affermazioni che non possono essere provate in base alle informazioni fornite. Il 26%  dei claim non è sostenuto da prove né sul punto vendita né sul sito dell’azienda.
  3. Peccato di vaghezza: affermazioni non chiare, vaghe, come ad esempio “Prodotto naturale”. L’11% dei claim rientra in questa categoria.
  4. Peccato di irrilevanza: affermazioni che, indipendentemente dall’essere veritiere, non sono importanti e non aiutano il consumatore a capire di più del prodotto. Non serve sapere che un deodorante non contiene CFC, dal momento che i clorofluorocarburi sono stati messi al bando da anni, ma il 4% dei claim fornisce proprio informazioni di questo tipo!
  5. Peccato del “minore dei mali” : affermazioni che, anche se vere, possono distogliere il consumatore dal considerare l’impatto ambientale di determinate categorie di prodotti. I claim come “insetticida verde” rappresenta l’1% dei casi esaminati.
  6. Peccato di falsità: meno dell’1% delle affermazioni esaminate sono risultate semplicemente false.

In realtà io credo nel detto milanese “Piutost che nient….l’è mei piutost” , e quindi preferisco chi prova a fare qualcosa piuttosto che chi non ci prova nemmeno.

Green marketing :: una nuova opportunità per le aziende.

Perché green marketing?

Ecologia e marketing vanno d’accordo?

A prima vista una vi vuole fare consumare meno, e l’altra di più. Una rifiuta il consumismo, l’altra lo alimenta. Ma non sempre sono in competizione.

L’evoluzione del marketing passa attraverso fasi in cui abbiamo la necessità di promuovere brand scadenti, facendo leva su immagini, personalità e descrizioni appeal.
Poi si è passati all’era del coinvolgimento attivo del cliente: il consumatore entra nel processo di creazione del prodotto, e crea idee, eventi e stili di vita.
Nel nuovo marketing c’è un implicito “contratto di brand” strategico con i clienti.
Le aziende hanno una nuova opportunità.
Ma anche il marketing deve fare la sua parte: servono azioni di marketing che eliminino quelle tendenze verso un consumo insostenibile, è necessario fare pricing e promozioni responsabili (HBSC ha fatto una promozione di un pacchetto verde utilizzando un direct mailing a elevato dispendio di carta e imballaggi).

I cambiamenti radicali nella vita quotidiana delle persone sono una grande sfida per il marketing, simile a quella che ha dovuto affrontare il mondo dell’IT per trasformare tutti noi da popolo di tecnofobi in navigatori felici. Dobbiamo fare in modo che l’alternativa verde appaia normale e accettabile.

Al marketing è riconosciuta una certa influenza, nel plasmare atteggiamenti e stili di vita della gente.
Il green marketing è un’attività al tempo stesso commerciale e ambientale: un gioco win win.