Patagonia: “compra meno e compra usato”

Patagonia è una case study davvero entusiasmante per chi si occupa di green marketing.

L’attivismo ambientale è stato un valore fondamentale per Patagonia fin dalla sua nascita.

Le iniziative messe in piedi dall’azienda sono moltissime e vanno dall’informazione ai clienti alla trasparenza contabile, dalle migliorie sui processi e della supply-chain al coinvolgimento di dipendenti e fornitori, e ora, si estende alle 3r (reduce, reuse, recycle).

Non si ferma davanti a nulla Yvon Chouinard, patron e vero guru. Di lui avevo già parlato nell’articolo sull’evento in Bocconi in cui il Dr. Reina aveva presentato il video con cui promuoveva 1% to the planet.

Uno dei forti esempi della visione verde di Patagonia è il sito il Footprint Chronicles.

Si tratta essenzialmente di uno strumento interattivo che guida l’utente lungo il percorso dalla materia prima alla distribuzione finale. Selezionando un capo di abbigliamento si evidenziano gli spostamenti, la quantità di CO2 emessa, la quantità di rifiuti generata, e quanta energia è stata utilizzata per l’intero processo di produzione e spedizione.

Di fatto consente di monitorare l’impatto di un prodotto specifico, dalla progettazione alla consegna.

Stanno lavorando per rendere riciclabile tutto l’assortimento  entro i prossimi due anni e il Footprint Chronicles in qualche modo aiuta a raggiungere questo obiettivo con risultati evidenti per le due “controparti”:

  • il consumatore, che attraverso la trasparenza può fare una scelta consapevole su come e dove acquistare l’abbigliamento, e quale impatto tangibile può avere sull’ambiente con il suo acquisto;
  • l’azienda stessa che può concentrarsi nel miglioramento delle aree che ne hanno più bisogno, senza perdere tempo.

In questo modo è evidente che si rafforza il valore del rapporto tra Patagonia e i suoi clienti.

Ma il bello di Patagonia non è solo la sua convinzione e il modo in cui diffonde il credo. E’ anche la ricerca di innovazione, l’importanza delle partnership e la sua capacità di cogliere le sfide.

Come se non bastasse, ora si sono messi in testa di estendere il ciclo di vita del prodotto.

“Compra meno, compra usato.” Con questa headline hanno lanciato recentemente una nuova iniziativa che consente ai clienti di vendere i prodotti usati Patagonia attraverso eBay.

Con la creazione di Common Threads, Patagonia ha costruito una piattaforma che consente di avere più “conversazioni” con i consumatori, coinvolti su come estendere l’uso dei loro beni e fornendo loro consulenza sulla cura e sulla riparazione dei prodotti.

Di nuovo rafforzando così il valore del rapporto tra Patagonia e i suoi clienti!

Ma vi rendete conto? Una azienda cera di convincere i suoi clienti a consumare meno con un modello di business che non significhi un meno sul bilancio.

Per di più in un settore dove la tendenza sono i prodotto usa e getta, i vestiti a basso costo e le lunghe file di clienti che si snodano da “H&M” per accaparrarsi l’ultimo bikini a 11 € o la maglietta a soli 8 €”.

Patagonia compie LA RIVOLUZIONE…va in direzione opposta…

Alla settimana della moda di New York che si è tenuta la settimana scorsa Patagonia ha presentato articoli della passata stagione …. altro che comunicazione”

“Questo programma  chiede al cliente di non comprare qualcosa se non ne ha realmente bisogno”, ha dichiarato Yvon Chouinard, fondatore e proprietario di Patagonia, riferendosi al programma con e-bay.

Per partecipare alle aste, i clienti sono invitati a prendere un impegno formale “per essere partner nello sforzo di ridurre i consumi e tenere i prodotti fuori della discarica o dall’inceneritore“, ha detto Chouinard.

La mossa comporta rischi per Patagonia.

Il programma  potrebbe per assurdo cannibalizzare le vendite spingendo gli  acquirenti a rinviare gli acquisti di nuovi prodotti, o a cercare alternative.

Patagonia non percepisce fee per le transazioni utilizzate, mentre eBay guadagna commissioni standard. Ma anche per eBay si tratta di una prima assoluta: la partnership con un’altra azienda e l’elenco dei beni usati su entrambi i siti.

Eppure, con un fatturato di $ 400 milioni nel 2010, e destinato a crescere del 25% quest’anno, secondo il Wall Street Journal, Patagonia ha il margine di manovra per provare.

Chouinard sostiene: “Se puntiamo a ridurre il nostro impatto, dobbiamo ridurre la quantità di roba che Patagonia vende. Dobbiamo dire ai clienti di comprare roba solo quando ne hanno realmente bisogno. Questo è un esperimento. Staremo a vedere come va...”

E’ una testimonianza potente la sua.

Vengono enfatizzati gli attributi chiave del marchio di abbigliamento: qualità e prestazioni elevate, ma estendendo il ciclo di vita del prodotto.

Una storia fantastica quella di Patagonia.

Mi sa che ne riparleremo…che ne dite?

 

Video supply chain e Footprint Chronicles

Video iniziativa Common Threads con ebay

Creare valore con il green marketing? :: Sda Bocconi :: come è andata :: 3/3

Terza e ultima puntata…analizziamo i gap, le conclusioni emerse dalla ricerca e anche qualche mio commento generale sull’evento.

Opportunity Gaps

Dalle prospettive differenti tra cliente e azienda, emergono chiaramente alcuni Opportunity Gaps che possono portare l’azienda alla leadership di mercato.

  1. Product (information) Gap. Esiste un evidente Gap informativo, nonché di product education, che penalizza la percezione di valore dei prodotti e servizi Green da parte del cliente, e che ha certamente una ricaduta negativa sia sulla sostenibilità di prezzo, sia sui volumi. Per superare il gap, l’unica via percorribile è quella di incentrare l’informazione e la product-education nei confronti del cliente, sui veri Drivers for Value che emergono per i prodotti Green. Focalizzando lo sforzo informativo sul valore del monte-risparmi generabili dal prodotto durante l’uso, sul grado di riciclabilità (% e numero di volte); sulle performance tecniche, durata, garanzia. E diffondendo “education” in merito alla coincidenza tra obiettivi personali di diminuzione costi/risparmio energetico e obiettivi collettivi di diminuzione di CO2.
  2. Communication Gap. La ricerca suggerisce la definizione e veicolazione di un messaggio chiaro, che spieghi una volta per tutte al cliente le differenze tra Green, Sostenibilità e “Bio”.  E’ la ricerca di un unico standard globale di misurazione di queste performance, da comunicare al cliente. Un solo “protocollo” di valutazione dell’efficienza energetica, con un solo linguaggio semplice, comprensibile ed accessibile ai più, permetterebbe certamente di aumentare velocemente il numero di persone che capiscono “bene” che cosa è “Green” e che cosa esso fa. Si pensi, al riguardo, all’esempio virtuoso di Internet e del protocollo universale WWW che lo ha contraddistinto fin dagli albori, e che certamente è stato alla base della sua rapidissima affermazione “urbi et orbi”.
  3. Place Gap. La ricerca evidenzia un 55% di clienti che trova per niente/poco chiara e soddisfacente la reperibilità dei Prodotti Green. La soluzione al Gap di per sé è semplice: si tratta di investire in visibilità di prodotti/servizi Green nei punti vendita da un lato, di diffonderli e distribuirli più capillarmente rispetto a oggi, dall’altro. Meno scontato però è il farlo, dato che investire pesantemente in distribuzione significa aumentare in modo rilevante gli investimenti riguardanti alla Marketizzazione di prodotti Green, E per fare questo occorre che l’impresa percepisca che le opportunità di fatturati e margini incrementali sono più grandi dei rischi generati dagli investimenti incrementali. Occorre, quindi, che l’azienda passi da un approccio di nicchia al mercato, ad un approccio di massa al mercato. Il che non è affatto scontato.

Modello di Marketizzazione

Il modello di Marketizzazione per i prodotti Green che lo studio propone, vale a dire quello per la leadership del mercato di riferimento, dovrebbe prima di tutto soddisfare alcuni requisiti di fondo, e porsi alcuni obiettivi di ordine generale.

  1. “Mind the Gap”. E’ essenziale che l’impresa, nel momento in cui vuole implementare una Marketizzazione Green che ambisca alla leadership di mercato, si assuma l’onere di risolvere e/o cogliere tutti gli opportunity gaps prima evidenziati. E che lo faccia “prima” di lanciare il prodotto sul mercato. Non durante, né tantomeno in un momento successivo.
  2. Eliminazione del lack of information ed education. Come abbiamo già osservato, uno dei risultati fondamentali della ricerca è l’evidenziazione di un problema informativo e di “education” da parte dei clienti, ai fini di una piena comprensione da parte loro dei benefits dei prodotti Green e, quindi e in ultima analisi, del loro valore. Per cui nel Modello di Marketizzazione di successo, il colmare tale “lack” da parte dell’azienda, rappresenta una condizione necessaria e irrinunciabile.
  3. Allineamento delle aspettative. Dalla ricerca emerge in modo chiaro come i clienti si aspetti dai prodotti Green un “better value for money” rispetto a quelli “grey”. A questa condizione, egli sarà più che disponibile ad acquistarli, anche ad un prezzo puntuale superiore, grazie all’impatto del “Green Net Present Value” sulle sue considerazioni di convenienza e di utilità del prodotto.

Conclusioni della ricerca

Così come in Germania, dove il comparto dei prodotti, processi e servizi Green rappresenta ormai circa il 31% del GNP, anche in Italia occorre uscire dall’approccio “di nicchia” e puntare ad una Marketizzazione che possa portare il prodotto, servizio o processo Green alla Leadership nel mercato di riferimento.

Una marketizzazione che ambisca alla leadership di mercato, non può che proporre fin dal principio il “best value for money” per il cliente finale, scommettendo sui grandi volumi e sulle conseguenti economie di scala, esperienza e scopo. Il concetto più adatto da impiegare per farlo è, secondo la ricerca effettuata dal dipartimento marketing della Bocconi, il “Green Net Present Value“, che, di fatto, sostituisce la vecchia “P” del Pricing, nel nuovo scenario Green. La sua congruità rispetto alla Marketizzazione Green, risiede anche nella coerenza che esso ha rispetto ai bisogni del “nuovo” ceto medio, nell’attuale contesto economico e sociale.

Il modello dei “risparmi emergenti” null’altro è che la traduzione in chiave operativa e commerciale del Green Net Present Value. In poche parole, convincere il cliente ad acquistare un prodotto, processo o servizio Green, passa anche per la possibilità che l’impresa ha di assumersi il rischio futuro della migliore performance del prodotto, processo o servizio Green, proponendo la clausola “soddisfatti o rimborsati”. Secondo questa logica, al cliente viene lasciata l’opzione, qualora i risparmi non corrispondano a quanto promesso in tutto o in parte, di essere rimborsato per la differenza. Questa leva tipicamente è molto efficace proprio per mercati “nuovi”, in cui buona parte dei clienti possono essere “risk-averse “, come nel caso dei prodotti Green. Se volgiamo, questa leva rappresenta in modo speculare quella che è stata una leva commerciale tipica alla base della diffusione del Web e dei suoi business model, quella del “Revenue Sharing”. Nel Green essa lavora sull’altro lato, quello dei risparmi, ma sempre di “revenues” si tratta.

La Marketizzazione Green deve infine fondarsi su di un Modello a Rete. In altre parole il Prodotto che si propone deve sempre andare in parallelo con il Network a supporto. Per la semplice ragione che anche il Network a supporto non risponde alle caratteristiche di cui sopra, ma funziona secondo le vecchie logiche del “consumo-premium-price”, allora l’effetto finale è quello di un “constrait”, un collo di bottiglia alla diffusione del prodotto green, indotto proprio dal Network. Si pensi al caso dell’automobile Green. Anche l’auto green più performante e “risparmiosa” infatti, non conoscerebbe larga diffusione se il network di rifornimento/fabbrica vendesse l’energia ad un costo elevato, o comunque equivalente a quello dei carburanti tradizionali. Occorre quindi che tutti gli attori del “sistema Green”, aziende, network, amministrazioni, concorrano per formare il “best Green value” e, deliberatamente, lo trasferiscano “a valle” in favore del cliente finale. La ricomparsa sarà quella di un “positive rebound”, una risposta positiva più che proporzionale da parte dei clienti, in termini di atti d’acquisto, accelerando la grande transizione, non solo industriale ma a questo punto anche commerciale, dal “grey” al “Green”.

Il Green, quindi, è un modo nuovo e migliore di fare le cose e, come tale, è una innovazione organizzativa e  sociale “per se”, e al di là della tecnologia.

Davide Reina ha, poi,  mostrato alcuni  Case study di successo di applicazione delle strategie di green marketing. Io, purtroppo, ne ricordo solo una: Patagonia. 1% to the Planet.

Alla fine del corso è stata proposta la possibilità di creare un “think tank” sul green marketing con il contributo di tutti i partecipanti al corso.

Le mie conclusioni

Mi è parso un corso generalmente ben strutturato: la ricerca è stata effettuata con dovizia e precisione, i relatori sono stati comunicativi e disponibili al confronto e i ricercatori (D. Reina, S.Vianello e G.L Randisi) preparati e decisamente interessati ai feedback e alle argomentazioni dei partecipanti…

Ma veniamo alle pecche…ma io sono un preciso…del segno della Vergine.

Avrei scommesso di più su case study, non così legate al mondo green. Ora è vero che auto elettriche e smart grid siano parte del nostro futuro, ma poteva essere altrettanto interessante capire come un’azienda che green non è, lo possa diventare.

Poi la documentazione cartacea…troppa e inutile. Soprattutto quando ho scoperto che Enel aveva regalato ai partecipanti una superpenna usb…potevate mettervi d’accordo per farci avere la documentazione su file.

Certo ho apprezzato lo sforzo di certificare il rapporto di ricerca FSC (misto) e ECO OFFSET, ma il digitale sarebbe stato più comodo, meno inquinante e in linea con l’argomento trattato: anche gli uomini di marketing devono fare il loro sforzo green!